XIII a Edizione
2026
PREMIO D’ARTE CONTEMPORANEA BAGUTTA
CONCORSO D’ARTE INTERNAZIONALE PER ARTI VISIVE E LETTERATURA
Gruppo Culturale Artisti di Via Bagutta APS/ETS
Grafica by ©Gruppo Culturale Artisti di Via Bagutta APS/ETS - Corso Garibaldi 17 - 20121 Milano - C.F. 80182590150 - Rev. febbraio 2026|Mod. 001 Tutti i diritti riservati
Francesca Ciani
NON DEVI MAI CHIEDERE Non devi mai chiedere ad alcun poeta che cosa cantano i suoi curvi versi; solamente la sua anima conosce il vero senso di quelle parole. Ascolta, per te sono i suoni, tocca le immagini, cerca pure il segreto profondo racchiuso nelle metafore sghembe, che nessuno sa rivelare. Non devi mai chiedere ad alcun poeta che cosa prova quando scrive versi: se ti aprisse il cuore allora potresti spezzarlo perché tanto delicato quanto sottili cristalli di neve. Non devi mai chiedere ad alcun poeta che cosa sogna: celati nei versi, quelli più puri, non vanno violati. Non devi mai chiedere ad alcun poeta la sua anima: non è dono per tutti.
LA MIA CASA HA IL TETTO ROSSO Quando sognavo l'ombra blu del glicine stagliata sul muro della mia casa, non immaginavo gli stessi segni viola sul viso, aggrappati alla guancia. Quando sognavo un prezioso rubino al dito, scuro come il sangue secco tra i miei capelli, non credevo fosse facile mentire a chi mi chiedeva. Quando sognavo di poter andare via da quelle mani, per non sentire le grida, non sapevo che di giorno dall'alto la mia casa ha il tetto rosso. IN PACE La memoria dell'uomo è troppo breve: il figlio del figlio non parla al padre del padre, non sa della fame muta, se ne parli cresce, né della sete che brucia da dentro. Non sa dei sogni che ti fanno vivere nonostante tutto il resto del mondo stia morendo. Perché l'uomo non vive nella pace? La brama dell'uomo è troppo potente: il fratello si nutre del fratello, senza saziare lo stomaco. Quando non resterà più nessuna vendetta, finalmente sopra ogni casa il velo del sonno fermerà la mano rossa di sangue, il tempo sarà dell'ascolto. Finché l'uomo non spezzerà la pace.
TRE DESIDERI Nel ciarpame per quelli che non vedono viaggi nel tempo di savi custodi approdati sul banco alla rinfusa dalle mani di geniti smarriti in cerca di requie dentro il ciclone dell'incerta memoria. Se questa lampada, presa per caso al mercato, fosse proprio la stessa, se l'unguento da lucido donasse tre desideri, null'altro mi manca davvero, solo una pioggia leggera a quietare l'arsura.
Giuseppe Randazzo IL DESTINO DI UN AMORE
Poesia
Racconto
Prefazione : Racconto fantasy sul destino di un amore. In questo racconto l’angelo custode era la dea Atena, aveva il compito di guidare la vita di Dimaco, un guerriero greco, eroe di mille battaglie, sino al ritorno nella città di Aetos. Ambientato nella Grecia antica. Ci troviamo nel VII secolo, avanti Cristo. Raccontava di un eroe della Grecia che aiutato dalla dea Atena, dopo numerose battaglie e misteriose promesse di immortalità, decideva di vivere da umano, un matrimonio con la bellissima Artide era nel suo destino. L’inizio era ambientato nell’Eliseo dove Zeus convocava Atena per custodire la vita di Dimaco. L’INCARICO DI ZEUS PER LA DEA ATENA. La dea Atena veniva chiamata dall'onnipotente Zeus nell’Eliseo. Zeus era pensieroso sul destino degli uomini, doveva affidare la custodia delle loro vite, il male era sempre più potente, un giorno chiamava la dea Atena per affidare un incarico, la dea Atena appena entrata nell'Eliseo disse: “Onnipotente Zeus, sono a tua completa disposizione per qualsiasi incarico”. Zeus rispose: “Mia fidata Atena, devo affidarti un compito difficile”, la dea Atena rispose: “Sono qui per servirti, ogni tuo desiderio sarà esaudito”. Zeus rispose: “Atena devi prenderti cura del viaggio della vita di Dimaco, un eroe greco stanco dalle mille battaglie, conducilo al meritato riposo e alla sua famiglia”. La dea Atena si congedava da Zeus, per raggiungere l’eroe Dimaco. Dimaco era un bell'uomo di trentacinque anni, occhi neri, capelli neri, fisico scolpito di muscoli, una fine barba gli donava un fascino irresistibile. Aveva combattuto per la Grecia, arruolato da adolescente alla guerra, i genitori erano morti in guerra dopo un assedio. Aveva sposato la bellissima Osiride, ragazza di ventitré anni, occhi azzurri, capelli lunghi biondi, fisico atletico, conosciuti nella città di nascita Aetos, dopo il matrimonio era nato il figlio maschio desiderato Diomedeo, la moglie era morta dopo la sua partenza. La guerra allontana Dimaco verso Nasto. LA GUERRA DI NASTO. Rivalità tra Ateniesi e Spartani, un tentativo di impedimento di rifornimenti di grano provocò la guerra di Nasto. Dimaco fu chiamato alle armi, un eroe di grandi battaglie, desideroso di ritornare nella sua città di Aetos, con più di 80 navi, Atene preparò la battaglia di Nasto, Dimaco era al servizio del generale Critos, ottenne una grande vittoria sui rivali Spartani che persero più di 30 navi. IL VIAGGIO VERSO AETOS. ISOLA DI OGIGIA. La dea Atena aveva consigliato a Dimaco il viaggio di ritorno verso la città di Aetos, Dimaco aveva avuto un premio, il meritato riposo, una nave a disposizione con dodici uomini per il ritorno nella città di Aetos. Come esiste il bene, anche il male opponeva le sue forze, la nave aveva affrontato una grande tempesta, era costretta dai venti ad accostare nell'isola di Ogigia. L’isola era abitata da giovani donne ninfe, la ninfa Deiopea regnava sull’isola di Ogigia. L’unione passionale di una ninfa con poteri divini, un eroe umano lontano dalla sua famiglia, uno strano sortilegio impediva il ritorno, forze del male si opponevano come Poseidone re dei mari.
La dea Atena consigliava a Dimaco il ritorno alla propria famiglia, l’amore e la passione trattenevano Dimaco nell'isola di Deiopea. Deiopea dopo anni di amore e passione dichiarò il proprio amore: Dimaco, mio unico amore, voglio sposarmi con te, vivere per sempre in questa bellissima isola”, Dimaco onorato dalla dichiarazione rispose: “Amo te dolce Deiopea, ma la mia famiglia mi attende”. Deiopea delusa dalla risposta disse: “Ti offro l’immortalità, sono una dea, non dovrai più soffrire, provare dolore, vivrai nella felicità eterna”. Dimaco rispose: “Onorato di ricevere la tua proposta di amore eterno, ma preferisco vivere e morire da uomo”. IL VIAGGIO VERSO AETOS. L’ISOLA DI CORCIRA. La nave abbandonò l’isola di Ogigia, Dimaco e dodici uomini navigando verso la città di Aetos, Poseidone rivale di Atena, provocò un temporale, l'alta marea affondò la nave, dieci uomini si salvarono nuotando verso l’isola di Corcira, il Re Nereide governa in pace questa isola greca vicina alla città di Aetos. Il Re Nereide era rimasto vedovo dopo la morte della moglie, unica figlia era la bellissima Artide una ragazza di ventitré anni, occhi verdi, capelli lunghi castani, fisico magro. Di prima mattina Artide raggiunse la spiaggia, insieme alle sue ancelle si prese cura dei naufraghi. Artide era la figlia del Re Nereide, una dolce ragazza, amava gli uomini belli, coraggiosi, leali, rimase affascinato da Dimaco. Dopo alcuni giorni, i dieci uomini vennero accolti a corte per le presentazioni, Dimaco disse: “Ringrazio il Re Nereide e la città per le cure, accoglienza, a nome di tutti i miei compagni di viaggio”, il Re Nereide rispose: “Sono onorato della vostra presenza, siete benvenuti nell’isola di Corcira”. Dimaco rispose: “Abbiamo viaggiato per mesi in mare, una tempesta e le onde hanno distrutto la nostra nave, un’amnesia mi ha colpito dopo il naufragio”. Il Re Nereide dispose visite accurate per Dimaco, i medici non riuscirono a decifrare e curare l'amnesia, Artide si avvicinò e disse: “Dimaco, sono Artide figlia del re, ti ho prestato le cure nella spiaggia dell'isola”. Dimaco rispose: “Grazie per l’assistenza e l’accoglienza Artide, non ricordo il mio nome, il mio passato”. L’AMORE PER ARTIDE. Passarono mesi e Dimaco e Artide si innamorarono. Dimaco e Artide si frequentano per alcuni mesi, il re fu contento della storia d'amore, il fidanzamento era stato annunciato. Un gioco popolare venne annunciato il gioco“Tiro con l’arco”, dalla distanza di dieci metri il concorrente doveva utilizzare l’arco e centrare un bersaglio, numerosi concorrenti eseguirono la performance. La dea Atena aveva un piano per fare ricordare il passato a Dimaco, la specialità di abilità di Dimaco di estendere l’arco e la precisione del tiro della freccia, Dimaco si apprestava alla tensione dell’arco e al tiro della freccia, un centro perfetto nel cuore del bersaglio, una gioia infinita per il re e la dolce Artide, una prova di valore. Passarono mesi, il matrimonio era stato annunciato, molti compagni di viaggio raggiunsero la città di Aetos, la dea Atena ritornò nell'Eliseo. Zeus convocò la dea Atena, e disse: “L’amore e il libero arbitrio guideranno le vite di Dimaco e Artide”. La Dea Atena rispose: “Onnipotente Zeus, lascio con piacere il mio incarico”. Zeus rispose: “L’amore nasce spontaneo tra un uomo e una donna, sarà il loro amore a decidere il loro destino”. L’incarico di vegliare su Dimaco era stato revocato, l’amore tra Dimaco e Artide per il libero arbitrio veniva affidato ai loro cuori.
Linda Terziroli «TE»
Saggio breve
C’è un attimo, sconfinato, che separa il libro dal suo film. Quell’attimo in cui qualcuno Bernardo Bertolucci - prende la strana decisione di tradurre le parole in fila di un romanzo, svolgerle, con cura e dedizione, nel grembo di una pellicola cinematografica. Per chi viene dopo è curiosa meraviglia, il gioco morboso di trovare la corrispondenza e le infedeltà. Ora, se pronuncio le parole Il nel deserto The Sheltering Sky, il primo e il più celebre romanzo di Paul Bowles, nato a New York nel 1910 - a molti verrà in mente un gioco, non tutto femminile, di seduzione e di sguardi, il mistero senza tempo del Sahara, una mosca che vola sul corpo che soccombe alla tifo di John Malkovich, il vento che precipita dentro la finestra di una squallida stanza spoglia, un taxi vuoto, una musica orientale che si fa accecante e ossessiva. La colonna sonora di Ry ū ichi Sakamoto. L’oscurità che consuma il corpo, la brutalità e l’amore troppo consumato, tra un uomo e una donna, che si sfalda. La passione, insensata, che scopre una sua sessualità, ferinamente. Un uomo che tradisce la moglie, ma a cui non sfugge - nonostante l’ebbrezza dell’eros che affiora dalle turgide carni di una ragazza esotica - che gli hanno rubato il portafoglio. Eppure, c’è stato un attimo in cui queste parole erano solo inchiostro sulle pagine stampate di un bellissimo libro (Garzanti, ora Feltrinelli) e il film non era che un’idea. Ha rivolto lo sguardo ai due protagonisti, la scrittrice Kit, Debra Winger, e il compositore Port Moresby, John Malkovich, gli agiati coniugi newyorkesi, sposati da anni ma in crisi e a caccia d’ispirazione. Insieme a loro, un amico, George Tunner. “Stiamo per affondare in un enorme letto con le lenzuola tutte ammonticchiate” si legge all’inizio del romanzo Il nel deserto di Bowles. La grande identificazione è tutta tra Bertolucci e Port Moresby. Mi riguardo un paio di volte la scena dei due protagonisti sul promontorio, ci sono arrivati in bicicletta - lei ha appena tradito il marito con Tunner e la complice (e banale) corruzione di diverse bottiglie di Champagne. Entrambi guardano l’orizzonte, nascosti dagli occhiali da sole. Le lacrime di lei, la
disperazione silenziosa, dopo aver fatto all’amore. E da tanto tempo, ormai, l’amore non c’era, ne era mancata la possibilità. La difficoltà di comunicare per Kit si traduce poi nell’ultima parte del nel deserto in un dialogo puramente corporeo - le parole sono del tutto incomprensibili - nell’affondare nell’abisso della carne di chi non si conosce, per trovare il senso della vita, smarrito definitivamente con la morte. La donna americana viene violata, è reclusa in una gabbia, con le pagine del diario crea una meravigliosa cornice, una tenda per il suo letto a baldacchino, nell’accampamento di Belqassim. Kit è come una bambola racchiusa dentro una scatola, un monile nel deserto, sotto una spessa coltre di sabbia, tra le dune. Addirittura, la sua valigia straniera attrae gli sguardi delle altre mogli e seduce più della sua persona. Il gesto di passare il rossetto sulle labbra, prima della fuga, desta una grande meraviglia. Lei non ha mai smesso di truccarsi. Nascondersi agli occhi degli altri è nascondersi da se stessi. A volte, essere prigionieri di qualcun altro è un alibi, che chiamiamo amore. Nel finale, Kit incontra Paul Bowles, è il cortocircuito fra libro e film che si chiude con il celebre, imprescindibile, epilogo: “Poiché non sappiamo quando moriremo si è portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile, però tutto accade solo un certo numero di volte, un numero minimo di volte”. Infine un tram affollato, pieno di scaricatori di porto, in tuta blu, la gente dentro che ondeggia in piedi, la metafora della vita, le luci fioche che vacillano. Gira l’angolo, il tram scampanella, in salita, la musica assordante, la folla riempie le strade, avvicina edifici squallidi, si vedono le luci del porto, arriva al margine del quartiere arabo, si ferma al capolinea. La vedova di Port, Kit, intanto, ha silenziosamente lasciato il taxi, abbandonandosi, senza scampo, all’inconsapevolezza e alla vana ricerca di un senso nella vita.
Linda Terziroli L’ISOLA DI K
Racconto
Qual è stato il suo primo pensiero? Mi racconti dell’isola. Dell’isola di K? Sì. Tutto parte da lì mi ha detto la volta scorsa. La prima volta intende? Certo. Mi racconti dell’isola di K. Si trova comoda sulla poltroncina? Vuole che chiuda la finestra? Le dà fastidio? No, va benissimo. Non amo troppo il silenzio delle stanze chiuse. Poi, al lettino, preferisco la poltroncina. Se penso a qualcosa di particolare, che sono certa di aver vissuto, mi viene in mente che un giorno capitò un fatto. Mia sorella Lidia e io avevamo deciso di trascinare in vacanza mio padre, in pieno agosto, portarlo a visitare le necropoli etrusche. A lui piaceva la storia. Questi piccoli cimiteri sorgono dalla terra come tante piccole tane nei campi ondulati e assolati, ci puoi inciampare: sono scrigni colmi di tesori. Dentro, nel fresco di una di quelle tombe così particolari, all’ombra di un affresco sono riuscita a sentire ancora quella voce, ma era poco più che un bisbiglio, un sussurro. Anche a mio padre, che aveva una folta barba bianca che gli arrivava a sfiorare il petto in due punte, era parso di sentire una voce. E così non ero l’unica a essere in contatto con quella cosa. Era, forse, una dote ereditaria e l’avevo certamente presa da lui. Sentire una voce, o sentire le voci. Quando ti scappa di dirlo in giro per forza ti prendono per matta. Nella casetta di legno che avevamo affittato, nel bel mezzo di un bosco di pini marittimi, accadde anche quella volta qualcosa di molto strano. Avevamo preso la decisione di fare due passi. Camminare lungo la spiaggia a piedi nudi di notte, il chiarore della luna piena bagnava la sabbia finissima, finalmente fredda. Ad un certo punto, mia sorella scompare. “Lidia! Lidia!” Chiamavo io e chiamava mio padre e, in quel momento, mi sembrava che lui mi vedesse per la prima volta. “Chi sei tu?” mi chiese. Sembrava di leggere sul suo volto uno smarrimento, come di bambino. Correvo lungo la spiaggia bagnata dal chiarore della luna che sembrava improvvisamente allungarsi a vista d’occhio. Una luna sempre più grande all’orizzonte che pareva gettarsi tra le onde del mare. Correvo, correvo e non riuscivo a scorgere mia sorella, da nessuna parte. Avevo il fiatone. Le lacrime si bagnavano di sudore. Una fitta acutissima nel petto mi tagliava il fiato. La chiamavo e la chiamavo. “Lidia! Lidia! Dove sei?” Mio padre si era seduto su uno sdraio di legno con la vernice scollata, abbandonato da secoli. Aveva gli occhi aperti alla luna. Sembrava assorto, come in ascolto. All’improvviso, delle luci scintillavano sulla spiaggia, vicino alla pineta. Correvo verso un piccolo falò che vedevo sopra una duna all’orizzonte. “Sarà lì, tra quel gruppetto di persone” mi dicevo. Non appena arrivai al piccolo falò, a rotta di collo, mi guardarono tre uomini dai capelli lunghi e stropicciati. I loro volti solcati dalle ombre che danzavano dalle fiamme saltellanti. “Avete visto per caso una ragazza mora? Si chiama Lidia”. Non parlavano italiano. Sui loro volti illuminati dal fuoco lampeggiava uno sguardo sinistro. Avevano gli occhi rossi. Mi spaventai: improvvisamente mi sembrava di vedere tre lupi che si spartivano il bottino, con un lancio di dadi. Tra le luci incerte del falò, lessi il loro sguardo avido, tra le mani stringevano carte con disegni a me sconosciuti. Arabeschi e numeri incomprensibili e rovesciati. Le mani incollate alle carte, come artigli. I capelli stropicciati, appiccicati al volto, potevano prendere fuoco da un momento
all’altro. Per la prima volta sentii la voce del sogno. Era comprensibile. “Allontanati” mi diceva. “Allontanati” ripeteva come un bisbiglio dentro le mie orecchie. Senza aggiungere una parola e senza salutare, girai le spalle e corsi verso mio padre che aveva ora gli occhi semichiusi, sembrava un bambino addormentato con una enorme barba bianca appiccicata al mento, per carnevale. Disperavo di trovare mia sorella. Ancora una volta la mia vita mi sembrava una montagna da scalare, le pareti scivolose. Piansi disperata, guardando il mare ora inghiottito dal buio. All’improvviso una voce. La sua. “Licia, dove sei?”. “Liiiii-cia! Dove sei?” Mia sorella mi chiamava dalle onde del mare. Aveva fatto il bagno. Non era da lei fare una cosa così avventata, addirittura un bagno al buio. Le onde del mare erano bellissime, il mare sembrava un abbraccio materno che ti cullava, ti diceva di abbandonare ogni indugio. Era caldo. L’acqua era come il corpo. Lo stesso calore. “Ho sentito la voce del mare, sai” mi diceva Lidia. “E che cosa ti diceva?” “Non riuscivo a distinguerne le parole” “E come lo sai che era la voce del mare?” “Non saprei, però era come la voce della mamma che ti chiamava. Erano solo dei suoni, ma tu sapevi che dovevi andare perché era lei che ti chiamava”. “Ma non avevi paura?” “Come si fa ad avere paura della propria madre?” Mi parli ancora una volta dell’Isola di K. Di quei giorni prima di partire ricordo i sogni. Avevo iniziato a tenere un diario perché nella notte arrivavo sempre all’isola di K. La cosa strana di quei sogni è che la mia barca di legno non riusciva mai a ormeggiare. Vedevo, sull’isola, di un’età indefinibile, mia madre, una camicia bianca traforata, di cotone, i capelli neri lisci sempre più lunghi, sembravano rampicanti, arrivavano fino a toccare l’acqua. Si dice che ai corpi dei morti continuino a crescere le unghie e i capelli. Lei mi chiamava Licia, come aveva deciso per la sua grande passione per la storia antica o almeno questa era la versione di mio padre che mi aveva rivelato prima di delirare, quando ancora mi chiamava per nome. Il mio nome. Ma quando esattamente aveva finito per ignorare la mia vita e sovrapporla a quella di mia sorella? Non c’è niente di peggio che attraversare una sventura dopo l’altra. Lei aveva un sorriso che non ho più ritrovato, caldo e distante, scaldava come un balcone di legno al sole e solo io sapevo quanto ci voleva bene. Ma nel sogno la barca non arrivava mai nel porticciolo dell’isola di K, solo due moli di legno traballante. La sabbia finissima, l’acqua cristallina, vedevo le case dei pescatori e un andirivieni di reti. Dov’era mia madre nel sogno? Impigliata tra una rete e l’altra, i suoi capelli si intrecciavano nelle reti dei pescatori che da un lato imbrigliavano dall’altro districavano le reti. E io non approdavo mai. Erano sogni sfilacciati. Li ritrovavo sul mio cuscino al mattino, insieme a piccolissime conchiglie. O tra le lenzuola, trovavo una conchiglia piccolissima, pungente, mi graffiavo e, in quel momento, ricordavo il sogno appena sfumato all’orizzonte come la bruma del mattino. Era come una foto che avevi bisogno di rivedere perché, non appena la mettevi via, ti dimenticavi lineamenti, sfumati e scomparsi come ciuffi di nuvole nel cielo azzurro, o schiuma del mare. Ripresi a chiamare Lidia. Dovevo fare chiarezza. Mia sorella, dopo quel bagno notturno in cui ero convinta di averla perduta, fondava una vita totalmente nuova: era incinta.
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Bruna Spagnuolo DAVVERO CHI MUORE NON C’È PIÙ?
Racconto
Ho attraversato un tempo dalle intercapedini strane, in cui l’io che ero stata ha dovuto fare i conti con polveri subdolamente spersonalizzanti. È stata una dura prova di passaggio tra il ciò che ero stata, ciò che avevo sofferto, la nuova me che ne era emersa e quella futura che vi faceva capolino. Sono approdata a una nuova persona intenta a catalogare un immenso passato in un presente ristretto dagli spazi inadeguati alle provviste da immagazzinare. Sto ora facendo da giudice di pace alle dispute ineliminabili tra i vari cassetti comunicanti e i cassetti dallo spazio negato che ancora vi cercano patria. La consapevolezza latente dell’armonia, che piange, dove è stata sacrificata, non ha mai smesso di prendermi per mano e di portarmi alla porta del cuore, dove ci sono note che gridano perché io le suoni. * “Lui è partito di nuovo, ma… questa volta non tornerà”. Ho comunicato con queste parole al mondo la morte del mio sposo. Il mio amato, centro della vita, del mondo e dell’intero universo, se n’è andato. * La sola spia accesa su un interruttore era tremula come la visione della solitudine silente con cui quella tarda ora avvolgeva di arcano l’assenza di respiro di colui che aveva messo in riga, nel mondo, capi di Stato e uomini potenti, formato innumerevoli cervelli e risolto problemi di portata mondiale; di colui che era stato l’uomo più mite, pacifico, buono, dignitoso e generoso che il mondo avesse ospitato; di colui che, mentre gli laceravano la parte più intima con un catetere non necessario e con incompetenza criminosa e lo facevano sanguinare copiosamente e peggioravano il tutto con un catetere più grosso che gli strappava urla disumane, gli prelevavano sangue e iniettavano diuretici a quintali, ogni mezz’ora, e gli negavano ogni goccia di acqua, azzerandogli gli elettroliti, si scusava con i suoi aguzzini per il fastidio che arrecava loro… Avevo pensato che mai ospedale avesse ospitato personaggio più degno di rispetto, gentilezza e decoro. * Non mi parlava e non mi vedeva. Giaceva, indifeso, morbido e caldo come carne della mia carne. L’uomo meraviglioso che era la mia vita, il mio mondo vicino e lontano e il mio intero universo, non respirava più. Batteva ormai soltanto nel mio petto, con il mio cuore di carne sventrato dalla sua presenza che già doleva nell’assenza subdolamente crescente e negli ultrasuoni inesistenti eppure laceranti corrispondenti. Chiamare dolore ciò che provavo non è che il tentativo mancato della creazione impossibile di porte tra il meno uno e la successione illimitata della numerologia indeterminata dell’infinito mai quantificato. Chi può, sulla terra, scandagliare le profondità abissali dell’animo umano… se non l’Uno creatore che di sue scintille ne intride l’essenza, ogni volta che nasce un bambino che poi sarà uomo? * La cosa ha una peculiarità senza inizio né fine o senza capo né coda. È una di quelle immisurabili, indescrivibili e non configurabili realtà non reali che non cadono sotto i sensi umani, sì, perché si sente dire, ripetere e affermare ma non si può constatare nel senso razionale del termine e, perciò, non si può catalogare tra le certezze acquisite e accettate. No, non è da pazzi, perché, vedete, potete anche dire e ridire che la morte sia la cosa più certa e “accertabile” che ci sia, ma questa è l’assurdità più assurda mai affermata. “Morte” è cosa inaccettabile, inammissibile, deprecabile, orrenda. È fine e chiusura. È assenza totale e definitiva. È il non numero, il buco nero, l’assenza di luce e di speranza e non si può accettare. *
Il mio amato, la luce dei miei risvegli e del mio respiro, colui che ha conosciuto del mondo meraviglie e drammi, ha svelato i misteri delle aurore introvabili e si è specchiato nei sorrisi e nelle lacrime di lingue e imprinting di umanità e maree, ha solo subito “un cambio di sostanza”, passando nella geografia senza tempo dell’immenso divino che di vita è patria e non di morte. * Lungo la strada, mentre guidavo, attraverso il parco, e trinceravo la mente nell’atmosfera degli alberi immemori e indifferenti, per non dover rassettare i gorghi disordinati delle sensazioni-premonizioni-emozioni rivoltose, c’era stato un momento in cui lui si era voltato e mi aveva fissato con dolcezza immensa. Non aveva parlato. Aveva sul viso un sorriso che emanava luce. Il tempo e lo spazio dentro e fuori dell’auto si erano fermati. Mai avevo visto qualcosa di simile, in nessun luogo del mondo vasto che avevo conosciuto. Per un attimo, il volto di lui mi aveva convogliato un amore che era come il riverbero crescente dell’aurora e mi aveva compreso insieme a lui in un anelito illimitato già proteso verso un altrove infinito. Per un istante equivalente alla durata della scintilla che brilla e si spegne ancor prima di dar modo di capire che ha brillato, mi ero sentita contenuta nella bolla translucida fatta di un tempo senza tempo che da lui mi ritornava come un addio dolce, rassegnato, consapevole, paziente e abitato da un rimpianto doloroso e insieme radioso che mi aveva trapassato come una lama. Non era stato che un attimo, uno di quegli attimi che, coincidendo con l’eterno, immortalano e rendono indelebile il ricordo. La sua immagine così trasfigurata e lucente era rimasta scolpita nell’abitacolo dell’auto, sullo sfondo del viale alberato che scorreva all’indietro. Io ero rimasta con il pensiero immobile sulle parole assenti e con il respiro contratto a mezzo petto, invocando su quel barlume di divino spiffero la necessità di guidare senza andare a sbattere e una realtà in cui quel ricovero di lui sarebbe stato seguito dalle dimissioni e dal ritorno a casa, come tante altre volte. Avevo messo quello spiffero di eterno dove tenevo tutti i ricordi unici e lo avevo perso, in realtà, perché non avevo frenato, non mi ero fermata, non avevo domandato a lui nulla detto o fatto qualcosa di memorabile e di raro. Avevo commesso l’errore tipico reiterato dall’intera umanità che, ogni giorno e in ogni angolo di mondo, è testimone di barlumi di eternità senza saperlo, senza soffermarvisi, senza farne tesoro, senza afferrarli a piene mani e metterli al di sopra dell’andirivieni frenetico dei giorni mortali. * È la data in cui lui sfidava qualsiasi forza della natura o pericolo, per farmi giungere, dagli angoli più sperduti della terra, un segno del suo amore. Lo spirito e il corpo mi dolgono. La mia mente grida. Prendo una penna e scrivo: “Ti ho scelto ed eri un giramondo. Avrei dovuto capire che saresti fuggito. Nel tuo sempre senza ritorno il mondo ferito non mi corrisponde. Il respiro della vita si è perduto”. * Penso ai suoi ritorni e piango. La penna si anima di anarchia e scrive parole che non so di pensare: “L’amore è aspettativa di gioia, attesa di te, la pasqua di festa. L’ansia di gioia che assale il vortice distratto del cuore non sa perché ti sente in arrivo e ti ama nel sempre del sole lucente del tutto che sei e del tempo indiviso del respiro che non muore.”
Serena Rossi
Poesia
Passi stretti nelle calze larghe di Natale tra i sorrisi regalati insieme ai pacchetti confezionati. Ci amavamo. Arrivavo tra i muri di nebbia. Una pioggia di sensi note distrutte di malinconia, voci. Soffusa la luce mi abbatte in una mattina buona. Dove sono le erbe che mangiavo cotte dalla nonna. Quelle verdi dei prati della montagna, dove siamo finiti ora? Incerti come lumache della Borgogna buoni solo per i passi spediti dei soldati così ci ritroviamo soli sulle barche della laguna, spessa. Guardiamo lontano quelle di là, le navi. Zeppe di turisti che sanno la noia noi senza ali restiamo stesi al domani.
Kiev, febbraio 2026 Compresse esauste, oppresse nelle scatolette chiuse e limitate da piccoli prezzi. Dove la sera segna il punto. Dove la speranza è svanita con la guerra nelle città al buio, al freddo, nelle tende dove si vive sognando di sopravvivere.
Foglie Foglie A terra stanno stese come pensieri stanchi Dopo pomeriggi di lavoro Sotto maschere di indifferenza Dei centri commerciali riempiti di Adolescenti. Serate malinconiche di halloween A chiederei perché alla luna Sotto fard appena accennati e Visi sconvolti da un altro incidente. Poi ci ritroviamo soli Nei bar a chiedere un cappuccino E un bicchiere di acqua Leggendo il fondo di giornali dell’altro ieri.
Serena Rossi
Libro di Poesie
Serena Rossi "Novembre"
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Ileana Andrei
Poesia
Dove sei? Le ombre senza un volto mi parlano, recidono fiori nel giardino segreto dei sogni senza voce, deturpano con schiamazzi l’incognita del vegliante riposo. In punta di piedi mi alzo, ma non arrivo alle vette del ristoro. Col dito salivato cancello il ponte dei legami sfalsati dal tempo, strisciando, lumaca senza guscio, tra le falde impudiche di memoria. Ti cerco nel freddo sacrificio di una canna di fucile alla morte… e non ti trovo. Ma dove sei amore? Dove sei? [Nessuno mi risponde.]
La quarta casa Mi chiamerai quando l’inverno placherà la nostra sete che brucia oltre il corpo. Febbre instancabile, tormento nelle tue mani, febbre instancabile, fluttuante nelle mie mani che sfiorano la fiamma, nonostante io sia un cancro dai passi avanti superati da quelli indietro, ben nascosti nella mia quarta casa, di giorno rabdomante dalle radici d’acqua, di notte argento afferrato alla luna.
Linea ondulata dell’acqua Una mano insegue il ritornello dell’onda, l’altra raccoglie frantumi argentei di luce, illuminando l’abisso delle doline aperte tra me e un pensiero assorbito dal canto fermo della risacca e lo sguardo perdutamente si perde nell’appassito rumore di un geode. Ascolto come si fa buio nell’eupnoico ritmo della sera e tutto sfugge alle mie mani, inseguendo la linea ondulata dell’acqua.
Ileana Andrei
Libro di Poesie
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Maternità Come l’essenza di un profumo, un frutto che matura al buio, sei arrivata Tu, ed io ho imparato in fretta come allinearmi al tuo respiro e ti tenevo stretta, un dono sacro tra le mie braccia fluide di stanchezza. Nei campi di lavanda dei tuoi occhi curiosi, che mi fissavano tra una poppata e l’altra, scorrevano le notti bianche di febbraio, poi ti abbandonavi a me e ti addormentavi all’ombra della mia faccia.
Fiori di fango